Accettazione tacita di eredità: dubbi ricorrenti nella pratica

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Ho ereditato una fabbricato con le mie tre sorelle, dopo avere fatto la denuncia di successione, per 4 anni ho pagato ICI ma non ho mai nè abitato la casa, nè affittata o compiuto atti di amministrazione della stessa: posso ancora rinunciare alla successione oppure c’è stata accettazione tacita di eredità?
E’ preliminarmente utile fare un quadro degli istituti e degli orientamenti sul tema. In genere l’accettazione di eredità è configurabile come un atto cui l’ordinamento giuridico ricollega l’effetto di consentire al chiamato all’eredità di diventare definitivamente erede. Il Codice Civile prevede le modalità di accettazione dell’eredità espressa e tacita (art. 474 c.c.): la prima consiste in un’esplicita dichiarazione di volontà; l’accettazione tacita invece, ai sensi dell’art. 476 c.c. è configurata dal compimento di particolari atti:
che presuppongono necessariamente la volontà di accettare, dunque implicano la consapevolezza del chiamato circa l’esistenza in suo favore della delazione ereditaria;
che il soggetto non avrebbe il diritto di compiere se non nella sua qualità di erede. In tale direzione il criterio in parola soccorre laddove si deve stabilire se il chiamato si sia limitato ad atti cd. conservativi e di ordinaria amministrazione dei beni ereditari, ai sensi dall’art. 460 c.c. (in tal caso non si configurerà accettazione tacita e il soggetto rimarrà chiamato all’eredità) ovvero egli abbia travalicato tali limiti, compiendo un atto da vero e proprio erede indi acquistandone il relativo status.
Nella pratica occorre dunque porsi il problema di come classificare degli atti che, più o meno usualmente, si compiono in occasione delle successioni e di cui spesso si ignorano o sottovalutano gli effetti giuridici ai fini specifici ereditari. Sul tema il dibattito dottrinario ed il succedersi di decisioni conformi in Giurisprudenza, hanno dato vita ad una vera e propria casistica di atti che realizzerebbero o meno accettazione tacita di eredità.
Sono considerati atti di accettazione tacita di eredità: l’accettazione da parte del legittimario di somme di pertinenza ereditaria incamerate in considerazione della sua qualità di erede, la proposizione di domanda giudiziale di petizione di eredità o volta ad ottenere la divisione ereditaria, il ricorso alle Commissioni Tributarie per l’accertamento del maggior valore dell’asse ereditario, la partecipazione alla stipulazione di una divisione del patrimonio ereditario in via contrattuale, l’aver proposto istanza di divisione al conciliatore, in certa misura, come vedremo appresso, anche l’aver richiesto la voltura catastale in proprio favore di beni immobili appartenuti al de cuius,(Cass. Sez. II, 12 aprile 2002 n. 5226.);
Non costituirebbero invece accettazione tacita: l’immissione nel possesso dei beni ereditari, la denuncia di successione (Cass. , Sez. III, 13 maggio 1999, n. 4756; Cass. Sez. II, 28 febbraio 2007, n. 4783. ), il pagamento delle relative imposte, la richiesta di registrazione del testamento e la sua trascrizione. Questi ultimi atti non sarebbero interpretabili quale univoca intenzione di assunzione della qualità di erede, essendo nella maggior parte dei casi animati da meri scopi conservativi, che non implicano l’oggettiva volontà, seppure tacita, di accettare l’eredità e che non presuppongono, in capo a chi la realizza, l’indispensabile qualità di erede ( per compiere tali atti è infatti sufficiente essere un mero chiamato all’eredità, per legge o testamento).
Tra gli atti menzionati occorre prestare particolare attenzione La dichiarazione di successione e la relativa voltura catastale. In sostanza questi adempimenti hanno il compito di individuare i soggetti che subentrano negli obblighi di carattere tributario che già facevano capo al de cuius. Sul piano sostanziale la dichiarazione di successione è esclusa – pressoché unanimemente come sopra menzionato – dal novero degli atti implicanti accettazione di eredità, la dichiarazione è infatti obbligatoria, tra gli altri, per i chiamati all’eredità che non vi abbiano rinunziato, secondo quanto stabilito dall’art. 28, co. 2, d. lgs. 31 ottobre 1990, n. 346. E’ dunque palesemente sufficiente,a questi fini, essere chiamati all’eredità (non ancora eredi), conservando la facoltà di rinunziare od accettare la medesima. In tale direzione interpretativa milita anche il dettato dell’art. 7, ult. co., d. lgs. 31 ottobre 1990, n. 346 dove è stabilito che “fino a quando l’eredità non è stata accettata […], l’imposta è determinata considerando come eredi i chiamati che non vi hanno rinunziato”. Dalla norma risulta evidente come il “venire considerati eredi” ai fini dell’imposta sottende al dato che sostanzialmente di veri e propri eredi non si possa ancora parlare, come peraltro riconosciuto da costante giurisprudenza (Cass., Sez. II, 29 marzo 2005, n. 6574, in Riv. not., 2005, p. 587 e ss., Cass., 4 maggio 1999, n. 4414, in Riv. not., 2000, p. 175 e ss. ).
Altro discorso, invece, occorre fare con riguardo alla voltura catastale: qui la legge stabilisce, a carico di chi è tenuto alla presentazione della dichiarazione di successione, l’obbligo di presentare domanda di voltura catastale nei trenta giorni dalla registrazione della dichiarazione di successione. Nella prassi dunque si tratta di adempimento quasi automatico per non incorrere in sanzione dopo la presentazione della successione. In argomento decisioni criticatissime della cassazione (Cassazione civile, 12/04/2002, n. 5226, sez. II.Cassazione civile, 07/07/1999 n. 7075, sez. II) recentemente richiamate anche in Cass. civ., sez. II 11-05-2009, n. 10796, avrebbero inteso conferire valenza di accettazione dell’eredità alla richiesta di voltura catastale. La sostanza delle sopraelencate decisioni, è stata però da più commentatori ed addetti ai lavori aspramente criticata ed non condivisa perché originata da un presupposto aberrante ed erroneo: che la voltura possa trasmettere la proprietà in capo ai chiamati. Intatti il catasto, notoriamente, non ha funzione probatoria ma unicamente fiscale: l’intestazione catastale di un bene non è in grado di trasmetterne la proprietà. Gli scopi fiscali del catasto infatti consistono nel determinare il reddito imponibile dei terreni e dei fabbricati ai fini delle imposte dirette e indirette. Il reddito catastale o il valore catastale costituiscono la base imponibile per l’IRPEF, ICI, IMU, l’imposta di registro e le imposte ipotecarie e catastali. Il concetto che ne risulta, dunque, è che ad oggi appare comunque inammissibile attribuire alla voltura catastale della dichiarazione di successione la valenza di accettazione tacita di eredità. attivabile anche da un solo dichiarante a fronte di più coeredi indicati nella stessa dichiarazione, e per via comunemente informatizzata e talvolta automatica in seguito alla registrazione della successione. Come autorevolmente sostenuto, dunque ” prima dell’accettazione non vi è alcun erede, neanche se siano stati compiuti gli adempimenti fiscali obbligatori per legge …” è ragionevole dunque ritenere che “….la voltura catastale dei beni non possa assumere neanche mero valore di presunzione semplice della volontà di accettare” (Giust. civ. 2003, 5, 1094, Giuseppe Visalli, Clara Vittoria).
E’ posibile ora ipotizzare una risposta al quesito iniziale: non essendo trascorso il termine prescrizionale di anni 10 dall’apertura della successione, non vi sono, verosimilmentem ragionevoli preclusioni ad una rinuncia all’eredità, in tal senso non sarebbero ostativi :
L’aver presentato dichiarazione di successione;
L’aver pagato Ici, IMU per la propria quota;
La realizzazione di voltura catastale (con le precisazioni e gli orientamenti di giurisprudenza innanzi evidenziate);

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Avv. Andrea FucciArticolo scritto da Avv. Andrea Fucci (144 Posts)

Nato a Carmagnola (TO) il 08/01/1973, Avvocato Civilista iscritto presso l’Ordine di Pinerolo (TO); AREE TEMATICHE DI COMPETENZA: commercio elettronico, condominio, contratti in genere,diritti del consumatore, diritti reali, diritto agrario, diritto amministrativo, diritto commerciale, diritto del lavoro, diritto della proprietà immobiliare, diritto di famiglia, fallimento, infortunistica stradale, locazione/sfratti, marchi/brevetti, successioni ereditarie; Fondatore e responsabile del sito www.lexconsulenza.it; dr.fucci@gmail.com ;


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6 Commenti

  1. Se un erede di 1/3 del patrimonio immobiliare del de cuius non ha mai preteso il possesso dello stesso o pagato le tasse sullo stesso o entrato in possesso di alcuna proprietà mobile, nè aggiornato il catasto, ne disposto la dichiarazione dei redditi del de cuius, ecc.. passati 19 anni può pretendere la sua quota? possiamo dimostrare che non ha accettato l’eredità? o che ha perso il diritto di accettarla?

    • Trascorso il decennio il diritto di acccettare, come quello di rinunziare all’eredità è prescritto. Ove il chiamato all’eredità – che abbia lasciato decorrere infruttuosamente tale termina e non abbiail possesso dei beni o compiuto atti che implicassero accettazione tacita – pretenda la propria parte del patrimonio, be si potrà negarle qualsiasi diritto opponendo la prescrizione. Se la prescrizione non viene opposta si acquista l’eredità anche con un’accettazione tardiva, resa cioè dopo un decennio.

      • Buongiorno Avvocato Fucci,
        nella medesima situazione si trova anche mia moglie che è coerede di uno zio deceduto senza testamento.
        Vi è una sentenza emessa oltre il decennio, passata in giudicato, in cui il ” Tribunale ha accolto integralmente le istanze degli attori mediante assegnazione in loro favore dell’azienda agricola disponendo a carico dei medesimi il versamento di conguagli in denaro così come individuati dalla CTU espletata nei confronti degli altri coeredi.”
        Mia moglie come altri coeredi, pur chiamati in causa con regolare atto notificato, hanno partecipato al giudizio, anche se contumaci, seguendo dall’esterno il giudizio medesimo. Solo un coerede è stato convenuto attivo nel giudizio.
        Vi è un obbligo quindi, sulla base della sentenza, per gli assegnatari dell’intero compendio immobiliare di pagare il conguaglio?
        Ora controparte debitrice alla intimazione di pagare i conguagli risponde di fornire la dimostrazione di “aver accettato tempestivamente l’eredità, in mancanza i crediti sono estinti per intervenuta prescrizione”.
        DOMANDA: La partecipazione al giudizio, anche se contumaci, è accettazione di eredità?

        • l’accettazione di eredità può essere desunta anche dal comportamento del chiamato che abbiano posto in essere una serie di atti o condotte incompatibili con la volontà di rinunciare o che siano concludenti e significativi della volontà di accettare. Rimanere inerte, dunque contumace, in un giudizio di divisione non importa dunque, di per sé, accettazione.

  2. Se invece il figlio del de cuius ha trasferito la proprietà di un’autovettura a se stesso e chiuso un conto corrente?tali atti possono considerarsi come accettazione tacita dell’eredità?

  3. Buongiorno,
    mia moglie lavorava come impiegata in uno studio professionale da oltre 30 anni.
    E’ venuto a mancare l’unico titolare (non era associato) e gli eredi non intendendo accettare l’eredità, si rifiutano di firmare la lettera di licenziamento e quindi mia moglie rimane in una situazione indefinita.
    L’unica soluzione che ci hanno ventilato è che sia lei a licenziarsi, ma così perderebbe il diritto alla naspi.
    Chiederei se fra gli atti considerati di accettazione tacita della eredità può essere annoverato la firma su una lettera da presentare allo studio che tiene le paghe per interruzione di un rapporto di lavoro e se si quale soluzione ci potrebbe essere.
    Grazie.

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